FORNO - PIEVE- (DOZZA - BRAGAREZZA) - CAMPO - FORNO Punto di partenza e di arrivo: Forno di Zoldo 850 m
Lunghezza: 4100 m
Tempo impiegato: 1 h e 30 min
Quota massima: 938 m
Differenza di altitudine: 87 m
Grado di difficoltà: facile
Note: percorso quasi interamente su strada (tranne la breve salita della “strada de i Sass”), che porta a visitare alcune delle testimonianze artistiche più significative della Val di Zoldo. Bella la vista sui monti che chiudono la bassa valle e su Civetta-Moiazza.
Descrizione del percorso
Dal centro di Forno si salgono le scale che portano alla chiesetta di S. Francesco, addossata alla Casa dei Ciòri, e al palazzo del Capitanio, sede del Museo del Ferro e del Chiodo. Da qui sale a destra la Ria da Canp, che porta a Campo, dapprima ripida e stretta fra le case, poi in piano e aperta su Forno e Baron; superato il caratteristico lavatoio coperto (brent da lesìa), la strada si fa più ripida e raggiunge le prime case di Campo. Qui si gira a sinistra, si attraversa il piccolo nucleo di Sorogno e si sale per “la strada de i Sass” fino alla Pieve. La piazza è dominata dalla chiesa di San Floriano, grandioso monumento del XV secolo, con un elegante e ardito campanile; notevoli anche la casa Pra Agnoli e altri edifici signorili allineati sui due lati. Dal sagrato della chiesa si può girare lo sguardo su tutti i monti della bassa Val di Zoldo: Rite, Castelìn, Bosconero-Serra, Mezzodì, San Sebastiano-Tamer, Moiazza e Civetta; solo il Pelmo non si vede, coperto dal Monte Punta. Accanto alla chiesa scende la Via Crucis fino alla chiesa gotica della Madonna Addolorata e al suggestivo cimitero dove è sepolto anche il Besarel, il più insigne degli artisti zoldani. Dopo una breve digressione per visitare Sommariva si può riprendere la strada di Campo per scendere a Forno. Un’ alternativa più remunerativa sarebbe comprendere nell’itinerario anche
Dozza e
Bragarezza (928 m), dove si trovano antichi tabià, abitazioni che conservano affreschi popolari, fontane ottocentesche e la seicentesca chiesa di San Rocco. Per il ritorno si può tornare per Dozza o in alternativa scendere tra le vecchie case del paese (XVI secolo) per un sentiero-mulattiera che porta a
Villanova (911 m) e da qui seguire la strada fino a Ciamber (834 m) (percorso poco più lungo del precedente). In corrispondenza delle prime case (fontana) si attraversa il torrente Maresòn per salire a Pra e Dozza per un ripido sentiero che sale di fronte al ponticello, oppure a Sommariva per il sentiero-mulattiera che parte alle spalle del complesso industriale.
APPROFONDIMENTI:
CHIESA DI S. FLORIANO La parrocchiale di S. Floriano, di stile romanico-gotico, è stata inaugurata nel 1487, ma risale forse al X secolo. Al suo interno conserva un imponente altare maggiore con la pala di S. Floriano, l’Altare delle Anime del Brustolon, il pulpito del Paolo Gamba Zampol e l’altare della Vergine del Rosario, opera del Besarel. Il campanile, alto 47 m, ha una guglia particolarmente elegante ricoperta di scandole di larice; è opera di Giovanni Batta Panciera Besarèl che la ricostruì nel 1844 dopo un incendio. Nella torre campanaria vi sono quattro campane di recente fusione a sostituire quelle donate alla Patria durante la Grande Guerra.
IL CAPOLAVORO DEL BRUSTOLON Andrea Brustolon (1662-1732), bellunese figlio di un intagliatore del legno, fu mandato giovanissimo “a bottega” a Padova, Venezia, Roma, dove realizzò sculture di grande bellezza anche su oggetti di uso comune (tavolo di Cà Rezzonico, sedie del Quirinale). Nelle chiese del Bellunese si trovano molte sue opere, ma il capolavoro è senza dubbio l’Altare delle Anime della Pieve di S. Floriano, realizzato dal 1685 al 1687: una sorprendente composizione di statue e bassorilievi che nell’insieme assumono anche un alto valore simbolico. La scritta sul busto in suo onore, realizzato dal Besarel e ospitato nella chiesa di Dont, lo definisce “il Tiepolo della scultura in legno”.
MUSEO DEL CHIODO In via S. Francesco a Forno si trova il Museo del Chiodo, ospitato nell’antico palazzo che fu del Capitaniato durante la dominazione veneziana, poi sede del Municipio e infine destinato a museo etnografico, dedicandolo al chiodo, l’oggetto più rappresentativo della produzione metallurgica zoldana. Nel museo si può conoscere l’evoluzione della lavorazione del ferro nella valle, partendo dalle miniere, al conferimento dei minerali ai forni fusori, alla lavorazione del “ferro dolce” nelle fusinèle. Al piano superiore sono esposti una vasta serie di chiodi di diversa forma, con un supporto di didascalie e immagini che ne spiegano l’utilizzo.