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PRALONGO - CASERA DEL PIAN - LAGHETTO E CASCATE DEL VACH - COLCERVER - PRALONGO
Punto di partenza e di arrivo: Pralongo, 980 m
Lunghezza: 6360 m
Tempo impiegato: 3 h
Quota massima: 1361 m
Differenza di altitudine: 381 m
Grado di difficoltà: facile
Note: l’itinerario completo costituisce una passeggiata molto appagante alla base del gruppo Tàmer-S. Sebastiano. La conca del Vach, un tempo zona di pascolo, è occupata in parte da uno specchio d’acqua ai piedi di una bella cascata che esce direttamente dalle rocce della bastionata sottostante gli Scarselòin, dove si trova la Baita V. Angelini (1680 m). Nel ritorno l’itinerario passa per COLCERVER, uno dei villaggi più suggestivi della valle. La casèra del Piàn e l’abitato di COLCERVER, possono costituire due mete per piacevoli itinerari autonomi, riducendo alla metà il tempo di percorrenza.
Descrizione del percorso
Attraversato il ponte sulla Malìsia oltre la chiesetta di S. Andrea, si parcheggia l’auto nell’ampio spiazzo (ristorante pizzeria Villa Belvedere). Si risale quindi la Val dei Zoc sulla destra orografica della Malisia, lungo la strada a fondo naturale che prosegue direttamente dal parcheggio e sale alla Casèra del Pian (alle spalle si vedono la dorsale Punta-Col Dur-Rite, il Pelmo e l’Antelao ). Volendo, alla casèra si può anche interrompere la passeggiata (1162 m, 40 min), utilizzando per il ritorno la strada forestale e il sentiero sulla sinistra orografica del torrente. Lasciata sulla sinistra la casèra e superato il corso di un piccolo torrente, si prosegue lungo la forestale trascurando una prima deviazione a sinistra e si prosegue in zona più aperta raggiungendo così dopo circa venti minuti la conca del Vach, con il laghetto popolato in primavera da migliaia di girini (1361 m, 1 h e 30 min). Prima di giungere al lago, sulla sinistra parte una piacevole variante verso la Baita Angelici (circa un ora). Un breve sentiero lungo il corso d'acqua che alimenta il lago, porta ai piedi della cascata, mentre un tracciato piuttosto impegnativo e sconsigliabile consentirebbe di raggiungere la bocca da cui sgorga l’acqua, un centinaio di metri più in alto.
Per il ritorno si segue il sentiero che parte dall’estremità occidentale del laghetto e scende dapprima nel fitto bosco di abeti e larici, poi per aperti pascoli, passa poco a monte della casèra di Colcervèr e per un ultimo suggestivo tratto fiancheggiato da filari di faggi raggiunge l’abitato di Colcervèr (1221 m, 1 h), ricco di bei tabià, con un’antica chiesetta dei primi del ‘700 dedicata ai Santi Ermagora e Fortunato, dal cui ciglio si domina un paesaggio di rara bellezza. Da qui una bella strada, stretta ma asfaltata, scende con alcuni tornanti a Pralongo. In alternativa si può scendere più rapidamente per l’antico sentiero che congiungeva i due paesi, che inizia in fondo di Colvervèr.
APPROFONDIMENTI:
LA FUSINELA
A Pralongo è stata ricostruita una fusinèla, come viene chiamata in dialetto la fucina in cui si lavorava il ferro. Fino alla fine dell’Ottocento decine di fusinèle erano in piena attività lungo il corso di tutti torrenti della valle, dove potevano facilmente sfruttare l’acqua per azionare i magli e produrre l’aria per alimentare le forge. Nel periodo di massima attività (XV e XVI secolo) riuscivano a produrre 400 tonnellate di attrezzi da lavoro e soprattutto chiodi, di ogni forma e misura, che rifornivano anche i cantieri della Serenissima. Furono distrutte quasi tutte nella notte tra il 29 e 30 agosto 1890, quando si verificò una violenta alluvione che causò anche 23 vittime e lasciò centinaia di persone senza tetto.
IL CARBONE DI LEGNA
Lungo la Val Barance si possono individuare nel bosco alcuni spiazzi di forma tondeggiante. Grattando con un bastone si scopre una terra nerissima, perché qui veniva preparato il carbone di legna da usare nelle fucine e nei forni. In estate nel bosco veniva prima spianato un tratto di terreno (aial) e su questo venivano accatastati i tronchetti della legna tagliata in primavera (pojat). La catasta veniva ricoperta di fronde e foglie terra e poi di muschio e terra, quindi “carbonizzata”, ossia bruciata in assenza di ossigeno. La combustione proseguiva per giorni e notti, costantemente sorvegliata per evitare che la legna bruciasse o che il fuoco si propagasse nel bosco.
visitatore al museo del chiodo

FORNO - PIEVE- (DOZZA - BRAGAREZZA) - CAMPO - FORNO
Punto di partenza e di arrivo: Forno di Zoldo 850 m
Lunghezza: 4100 m
Tempo impiegato: 1 h e 30 min
Quota massima: 938 m
Differenza di altitudine: 87 m
Grado di difficoltà: facile
Note: percorso quasi interamente su strada (tranne la breve salita della “strada de i Sass”), che porta a visitare alcune delle testimonianze artistiche più significative della Val di Zoldo. Bella la vista sui monti che chiudono la bassa valle e su Civetta-Moiazza.
Descrizione del percorso
Dal centro di Forno si salgono le scale che portano alla chiesetta di S. Francesco, addossata alla Casa dei Ciòri, e al palazzo del Capitanio, sede del Museo del Ferro e del Chiodo. Da qui sale a destra la Ria da Canp, che porta a Campo, dapprima ripida e stretta fra le case, poi in piano e aperta su Forno e Baron; superato il caratteristico lavatoio coperto (brent da lesìa), la strada si fa più ripida e raggiunge le prime case di Campo. Qui si gira a sinistra, si attraversa il piccolo nucleo di Sorogno e si sale per “la strada de i Sass” fino alla Pieve. La piazza è dominata dalla chiesa di San Floriano, grandioso monumento del XV secolo, con un elegante e ardito campanile; notevoli anche la casa Pra Agnoli e altri edifici signorili allineati sui due lati. Dal sagrato della chiesa si può girare lo sguardo su tutti i monti della bassa Val di Zoldo: Rite, Castelìn, Bosconero-Serra, Mezzodì, San Sebastiano-Tamer, Moiazza e Civetta; solo il Pelmo non si vede, coperto dal Monte Punta. Accanto alla chiesa scende la Via Crucis fino alla chiesa gotica della Madonna Addolorata e al suggestivo cimitero dove è sepolto anche il Besarel, il più insigne degli artisti zoldani. Dopo una breve digressione per visitare Sommariva si può riprendere la strada di Campo per scendere a Forno. Un’ alternativa più remunerativa sarebbe comprendere nell’itinerario anche Dozza e Bragarezza (928 m), dove si trovano antichi tabià, abitazioni che conservano affreschi popolari, fontane ottocentesche e la seicentesca chiesa di San Rocco. Per il ritorno si può tornare per Dozza o in alternativa scendere tra le vecchie case del paese (XVI secolo) per un sentiero-mulattiera che porta a Villanova (911 m) e da qui seguire la strada fino a Ciamber (834 m) (percorso poco più lungo del precedente). In corrispondenza delle prime case (fontana) si attraversa il torrente Maresòn per salire a Pra e Dozza per un ripido sentiero che sale di fronte al ponticello, oppure a Sommariva per il sentiero-mulattiera che parte alle spalle del complesso industriale.
APPROFONDIMENTI:
CHIESA DI S. FLORIANO
La parrocchiale di S. Floriano, di stile romanico-gotico, è stata inaugurata nel 1487, ma risale forse al X secolo. Al suo interno conserva un imponente altare maggiore con la pala di S. Floriano, l’Altare delle Anime del Brustolon, il pulpito del Paolo Gamba Zampol e l’altare della Vergine del Rosario, opera del Besarel. Il campanile, alto 47 m, ha una guglia particolarmente elegante ricoperta di scandole di larice; è opera di Giovanni Batta Panciera Besarèl che la ricostruì nel 1844 dopo un incendio. Nella torre campanaria vi sono quattro campane di recente fusione a sostituire quelle donate alla Patria durante la Grande Guerra.
IL CAPOLAVORO DEL BRUSTOLON
Andrea Brustolon (1662-1732), bellunese figlio di un intagliatore del legno, fu mandato giovanissimo “a bottega” a Padova, Venezia, Roma, dove realizzò sculture di grande bellezza anche su oggetti di uso comune (tavolo di Cà Rezzonico, sedie del Quirinale). Nelle chiese del Bellunese si trovano molte sue opere, ma il capolavoro è senza dubbio l’Altare delle Anime della Pieve di S. Floriano, realizzato dal 1685 al 1687: una sorprendente composizione di statue e bassorilievi che nell’insieme assumono anche un alto valore simbolico. La scritta sul busto in suo onore, realizzato dal Besarel e ospitato nella chiesa di Dont, lo definisce “il Tiepolo della scultura in legno”.
MUSEO DEL CHIODO
In via S. Francesco a Forno si trova il Museo del Chiodo, ospitato nell’antico palazzo che fu del Capitaniato durante la dominazione veneziana, poi sede del Municipio e infine destinato a museo etnografico, dedicandolo al chiodo, l’oggetto più rappresentativo della produzione metallurgica zoldana. Nel museo si può conoscere l’evoluzione della lavorazione del ferro nella valle, partendo dalle miniere, al conferimento dei minerali ai forni fusori, alla lavorazione del “ferro dolce” nelle fusinèle. Al piano superiore sono esposti una vasta serie di chiodi di diversa forma, con un supporto di didascalie e immagini che ne spiegano l’utilizzo.

ASTRAGAL-VILLA-(DONT)-ASTRAGAL
Punto di partenza e di arrivo: Astragal, 969 m
Lunghezza: 4350 m
Tempo impiegato: 1 h e 15 min
Quota massima: 1054 m
Differenza di altitudine: 87 m
Grado di difficoltà: facile
Note: facile percorso pressoché pianeggiante su una bella strada nel bosco alle falde del Col de Salèra (Monte Punta), con scorci panoramici su Mezzodì, Tamer-S. Sebastiano e Moiazza. Molto interessanti gli abitati di Astragal e Villa.
Descrizione del percorso
Una ripida strada raggiunge Astragal, in invidiabile posizione panoramica sulle pendici meridionali del Monte Punta. Sulla piazzetta del paese si affacciano la chiesetta dei Santi Fabiano e Sebastiano e un antico palazzo signorile ; appena prima si trova la casa natale di Valentino Panciera Besarèl, famoso scultore zoldano, e di fronte la casa con il giardino botanico che fu degli Angelini, ai quali si deve la prima organica descrizione dei monti di Zoldo. Dalla piazzetta si procede fino a Col, in fondo al paese, e in corrispondenza di una curva a destra si prende la strada sterrata quasi pianeggiante che si inoltra verso ovest nel bosco di conifere e latifoglie. La strada si interrompe in corrispondenza del Gaf de Malvarè, un torrentello che qui ha scavato una suggestiva forra, per riprendere sul versante opposto. (togliere:Nessun problema comunque) Il breve tratto di sentiero è largo e ben tracciato e il ruscello si supera su un solido ponticello. Con un breve ripido tratto in discesa si passa per Pratoran, con l'isolata casa De Fanti, dove una fontana (con un grande brent di larice) può dare ristoro, poi si risale raggiungendo Villa (1014 m, 40 min). Dalla piazzetta del paese, circondata da vecchie case e dalla chiesetta, è possibile ammirare il panorama sul Mezzodì e sulla Valle di Goima; bello anche il “brent grant”, una grande e antica fontana accanto alla piazza.
Prima di fare ritorno ad Astragàl, in un quarto d’ora si può scendere a DONT (926 m) per la strada comunale. Il paese, all’imbocco della valle del torrente Duram, un tempo era importante per la fusione e lavorazione del ferro: qui si trovavano molti forni fusori e fusinèle e sul monte Canazé c’erano le miniere di ferro e piombo. A Dont è possibile visitare la chiesa di Santa Caterina, in cui sono conservate opere del Brustolon e del Besarèl, e gustare un autentico gelato artigianale zoldano al bar Pelmo, nei pressi del parco giochi.
Chi ama l’avventura, può compiere il percorso ad anello cercando il sentiero sopra Villa che riporta ad Astragal e a Casal. Si attraversa la piazza del paese e si percorre via Nosgieda. Dopo l’ultima casa (una bella villa) parte un sentiero che si fa quasi subito ripido; ci si alza per circa 5 minuti fino a trovare la mulattiera che si congiunge alla strada forestale che scende dal Monte Punta e dal Col di Salera. Prima della località al “Bus”, una deviazione sulla destra ben indicata, segnala il percorso per Astragal.
APPROFONDIMENTI:
VALENTINO PANCIERA BESAREL
Valentino Panciera Besarèl nacque nel 1829 ad Astragàl da una famiglia di decoratori e falegnami (il nonno lavorò per i conti di Collalto, del padre sono la Madonna del Caravaggio nella chiesa di Astragàl e l‘altare maggiore e la statua della Madonna della Salute nella parrocchiale di Dont). Valentino divenne famoso a Venezia, dove aprì uno studio in San Barnaba e i suoi lavori furono anche premiati alle esposizioni mondiali di Vienna nel 1873 e di Parigi nel 1878. Sue oper si trovano in quasi tutti iluoghi di culto dello Zoldano, in Cadore, ad Agordo, in Val Belluna; una delle sue opere più belle conservate in Zoldo è l’altare della Vergine del Rosario nella Pieve di S. Floriano. Morì a Venezia nel 1902.
I TETTI DI SCANDOLE
Gran parte delle coperture delle chiese di Zoldo sono realizzate con “scandole”, assicelle di larice anticamente usate per tutte le costruzioni, poi gradatamente sostituite da lamiere zincate o di rame. La preparazione delle scandole aveva regole precise: le piante di larice (che si diceva dovessero avere almeno 100 anni) andavano tagliate in tardo autunno durante la fase di luna calante, per evitare la formazione di tarli; venivano poi sezionate in tronchetti di 50 cm, eliminando i tratti nodosi, spaccate in quarti togliendo la corteccia e l’alburno e spaccate infine con una “manera” (non segate) per ottenerne assicelle dello spessore di 1 cm. Queste venivano poi lisciate con un “ferro a due mani”, lasciate essiccare alcuni mesi nei tabià e usate come tegole.